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Carlo Maria Aimone. Design e comunicazione per l'impresa.
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Soluzioni per la comunicazione d’impresa

 

shutterstock_73201453Istituto d’arte applicata. Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con tesi nel 1995.
Se appartieni a una generazione a cavallo tra l’analogico e il digitale, o ti fossilizzi, oppure ti ritrovi a saper preparare la calce per un affresco di tecnica rinascimentale, ma anche a entrare nel bios di un computer per settare il boot sull’hard disk secondario in cui hai installato un sistema operativo alternativo.

Quasi un lustro come freelance (leggi stra-precario), in bilico tra acqueforti e pixel, per poi iniziare una decennale esperienza in un agenzia di grafica. Assunto come grafico e animatore flash, fino ad assumere nel giro di un paio d’anni la mansione di art, in una azienda che anno dopo anno si confrontava con clienti sempre più grandi e brand sempre più noti. Una mansione in divenire. Per necessità, poiché tecniche e tecnologie cambiano continuamente. E per piacere, perché conoscere sperimentare ed espandere le proprie competenze non è un onere ma un bisogno, che è anche un assoluto divertimento.

Forse per questo, quando un cliente venne a trovarci in ufficio e gli fu presentato il team che l’avrebbe seguito, e al nome di ogni componente della squadra seguiva la mansione con un roboante termine tecnico inglese, quando arrivò il mio turno fui presentato con “Lui è Carlo … gioca e si diverte”. Una definizione usata dal mio capo con una doppia valenza, positiva ma anche negativa … infatti di lì a poco i nodi vennero al pettine, perché “dipendente” era una parola e uno status che non mi piaceva per nulla.

“Libero” professionista. Dove “libero” la parola che mi appartiene, lo status in cui mi piace vivere, dal 2010.
Dove “professionista” significa rispondere ai fabbisogni del cliente, non al monte ore prestabilito da una montagna di intermediari.

Alcuni sostengono che «bisogna lavorare per vivere, e non vivere per lavorare».
Ossia si trascinano fino a sera, e vivono per intero solo la domenica? E per arrivarci soffrono per il resto della settimana?

Gioco, e mi diverto, 7 giorni su 7, 14-16 ore al giorno.
Lascio che siano gli altri a chiamarlo “lavoro”.